Visualizzazione post con etichetta UNESCO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta UNESCO. Mostra tutti i post

sabato 13 ottobre 2012

UNESCO - Te Wahipounamu, Nuova Zelanda

Parco di Fiordland
Foto tratta da: www.travelguide.com.nz

L'Isola del Sud della Nuova Zelanda offre una serie di paesaggi straordinari, modellati dalle diverse glaciazioni che hanno creato i fiordi, coste rocciose a strapiombo sul mare, laghi e cascate. Questi territori sono ricoperti da immensi ghiacciai e da sterminate foreste di faggi antartici e di podocarpi. Nell'area protetta vivono alcune specie di uccelli seriamente minacciate di estinzione: lo strigope, l'unico pappagallo alpino al mondo, il takahé, una grossa gallinella d'acqua, e il kiwi.

Nome: Te Wahipounamu
Patrimonio dell'Umanità: dal 1990
Ubicazione: settore centrale e sudoccidentale dell'Isola del Sud, Nuova Zelanda






Il settore occidentale dell'Isola del Sud della Nuova Zelanda, conosciuto con il nome di Te Wahipounamu, è attraversato dalle Alpi Neozelandesi, una grande catena che condiziona l'orografia e il clima di tutta l'isola. Sebbene non vi siano montagne superiori ai 4000 metri, sono 27 le cime che oltrepassano i 3000 metri. L'imponenza di queste montagne, coperte da nevi perenni e da estesi ghiacciai che spesso arrivano a quote particolarmente basse, è accentuata dalla vicinanza del mare.

Monte Cook
Foto tratta da: viaggi.repubblica.it
Nel regno dei ghiacciai
La vetta più alta è il Monte Cook (3764 metri), un blocco roccioso che si allunga a sudest e a nordest, con tre promontori che svettano fra le distese ghiacciate. I versanti orientali della catena appartengono al Parco Nazionale del Monte Cook, che si estende per 92.422 ettari; quelli occidentali formano il Parco Nazionale Westland che copre una superficie di 117.555 ettari. I due parchi, che confinano per un tratto di 45 chilometri, costituiscono un'unica entità, separata solo dal punto di vista gestionale. Le cime delle montagne emergono da una distesa di ghiacci che occupa una superficie di 1.000 chilometri quadrati. I 300 ghiacciai di varie dimensioni, interrotti da imponenti seracchi e da cascate di ghiaccio, sono distribuiti nella zona. Il principale ghiacciaio che si estende verso est è il Tasman, largo fino a due chilometri e lungo 28.

Ghiacciaio Tasman
Foto tratta da: cmphoto.co.nz

Mount Aspiring e il faggio antartico
Le Alpi Neozelandesi declinano progressivamente verso sud, dove si trova, su una superficie di 285.589 ettari, il Parco Nazionale Mount Aspiring. La zona litoranea è coperta dalla foresta pluviale, la cui specie arborea più conosciuta è il podocarpo, noto in questa zona con il nome di kahikatea. La caratteristica più interessante di questa conifera, che supera facilmente i 25 metri di altezza, è costituita dalle foglie piccole, squamiformi e schiacciate, di un bel color bronzo. Più alto del podocarpo è il Dacrydium cupressinum: gli esemplari giovani hanno sagoma conica, mentre le piante adulte sono spoglie, con un pennacchio di foglie solo sulla sommità. Ma la specie caratteristica di questa zona è il faggio antartico: quest'albero, che può raggiungere un'altezza di 30 metri, forma dei boschi molto fitti, privi di sottobosco a causa della scarsità di luce. I faggeti sono interrotti da torbiere e laghetti, specie nei fondovalle.
Vegetazione nel Parco Nazionale Fiordland
Foto tratta da: travel.nationalgeographic.com
Verso l'estremità sudoccidentale dell'Isola del Sud si trova il Parco di Fiordland, istituito nel 1952 su una superficie di 1.252.378 ettari. La cima più alta è il monte Tutoko (2756 ettari). Dalla catena principale, che è la prosecuzione delle Alpi Neozelandesi, si dipartono dorsali minori, in direzione ovest le montagne scendono a strapiombo verso il Mare di Tasman rimanendo allineate perpendicolarmente alla costa. Il mare si insinua nella terraferma originando fiordi profondi e stretti, che talvolta si allungano nel litorale per 45 chilometri. Verso sud i rilievi si fanno via via più bassi, fino a spegnersi in modeste alture collinari in prossimità della costa sudorientale. Ai piedi della dorsale montuosa si apre una serie di valli occupate da grandi laghi (fra gli altri, il Te Anau, l'Huaroko e il Poteriteri).

Fiordland National Park
Foto tratta da: tourust-place4u.blogspot.com

Una fauna povera di specie
In Nuova Zelanda non esistono mammiferi autoctoni se non i pipistrelli e le specie marine. Tutti gli altri mammiferi terresti sono stati introdotti, casualmente o intenzionalmente, dall'uomo. Alcune, come l'ermellino e la volpe, hanno causato enormi squilibri nella fauna locale, inadatta ad affrontare i predatori. Pochi sono anche i rettili e gli anfibi, mentre gli invertebrati sono rappresentati da molte specie di insetti. L'assenza di grandi predatori carnivori e lo scarso popolamento umano hanno permesso che la Nuova Zelanda, così come l'Australia, fosse il luogo ideale per molte specie di uccelli. La presenza faunistica più caratteristica della Nuova Zelanda risiede soprattutto in alcune specie di pappagalli che vivono nella foresta e negli uccelli che si sono adattati alla vita a terra perdendo l'uso delle ali, conseguenza tipica dell'isolamento e della mancanza di predatori naturali. Lo strigope, un affascinante pappagallo di abitudini soprattutto crepuscolari, che secondo alcune zoologi è l'anello di congiunzione fra i rapaci notturni e i pappagalli, è una delle specie autoctone minacciate dagli animali introdotti dall'uomo. Anche il takahé, una specie di gallinella d'acqua, è ormai ridotta a meno di 200 esemplari localizzata nella Riserva di Dana, nel Parco Nazionale Fiordland. Infine, una menzione speciale merita il kiwi (emblema della Nuova Zelanda), simile a una gallina dalle zampe robuste, la cui popolazione si è ridotta drasticamente a causa del disboscamento e dell'introduzione di nuovi predatori: la sua sopravvivenza ora dipende dai programmi di allevamento in cattività e da poche riserve nelle quali non vi siano specie predatrici.

Articolo tratto dalla collana "Planet, i capolavori dell'uomo", volume 15,  in uscita con Panorama. Edizione 2004

lunedì 8 ottobre 2012

UNESCO - Parco Nazionale di Yellowstone, Stati Uniti

Foto tratta da: yellowstonegate.com

Verso la metà XIX secolo la regione di Yellowstone era ancora pressoché inesplorata. Gli incredibili racconti dei cacciatori e dei cercatori d'oro, che parlavano di fontane d'acqua che si innalzavano verso il cielo, di sorgenti e fanghi caldi che coloravano di verde e ocra la terra, e di montagne gialle che l'oro, alimentarono la curiosità di alcuni intrepidi esploratori, che decisero di addentrarsi in quei luoghi remoti.

Nome: Parco Nazionale di Yellowstone
Patromonio dell'Umanità: dal 1978
Ubicazione: nel settore nordoccidentale dello Stato del Wyoming, arrivando fino all'Idaho e al Montana.





Le spedizioni di David E. Folson, nel 1869, e, due anni dopo,  di Ferdinand V. Hayden fecero conoscere al mondo i sorprendenti fenomeni che avvenivano nello Yellowstone. L'anno seguente il Congresso degli Stati Uniti dichiarò Parco Nazionale tutta la zona, nell'estremità nord-occidentale dello Stato del Wyoming, con una estensione totale di 866.300 ettari (attualmente ne conta 898.349, compresa una piccola parte dell'Idaho e del Montana). E' stata la prima erea protetta del mondo.

Praterie e canyon
La regione dello Yellowstone conserva ancora lo splendido aspetto selvaggio dei tempi dei pionieri. Offre ampi paesaggi, dominati da praterie ondulate, rotte da boschi, torbiere e paludi. La parte centrale del parco, a un'altitudine media di 2000 metri, è occupata da una pianura di origine vulcanica che racchiude il lago Yellowstone, adagiato su una marcata depressione del terreno, con una profondità massima di 98 metri. Questo altopiano centrale è circondato a nord, a est e a sud da catene montuose che raggiungono i 4000 metri di altitudine, con cime sempre ricoperte da ghiacci e nevi. Verso ovest, l'altopiano va digradando fino ad arrivare alla pianura alluvionale del fiume Snake, passando attraverso le terre dell'Island Park.
Il fiume Yellowstone, emissario dell'omonimo lago, ha scavato un canyon di spettacolare bellezza che costituisce un punto di riferimento obbligato durante la visita al parco. Aprendosi tra pareti di rocce ocra, coperte da pini e abeti, libera due vertiginose cascate, di 34 e 94 metri. Le turbolenti acque scorrono per 32 chilometri sul fondo di una gola scoscesa, con picchi che bruscamente si elevano per più di 300 metri.

Il lago Yellostone
Foto tratta da: wunderground.com

Geyser e fonti termali
L'osservazione satellitare ha consentito di individuare nel settore centrale dello Yellowstone il maggior vulcano del mondo, con un cratere cento volte più grande di quello prodotto dall'esplosione del Krakatoa, in Indonesia. Questa enorme depressione, difficilmente individuabile a prima vista date le sue considerevoli dimensioni, si trova tra il lago Yellowstone e il fiume Madison. All'interno di questo "focolare" si registrano circa 10.000 diverse manifestazioni geotermiche, principalmente fonti termali e geyser.
Immagine di un geyser
Foto tratta da: wildnatureimages.com
Yellowstone agisce da cerniera tra i massicci settentrionali e centrali delle Montagne Rocciose, e si trova sulla linea di displuvio tra il bacino atlantico e quello pacifico. Esistono, a modesta profondità, sacche di magma fuso formatesi negli ultimi due milioni di anni, che hanno dato luogo a tre diversi cicli eruttivi. L'ultimo risale all'incirca a un milione e 200.000 anni fa, e ha condizionato l'attuale orografia della regione.
I geyser costituiscono la principale curiosità di Yellowstone. Il vapore acqueo di origine magmatica, definito "acqua giovanile", si mescola con le acque filtrate dalla superficie. Entrambe vengono riscaldate dal calore del magma, che tende a risalire. Non trovando ostacolo, l'acqua calda ariv in superficie e forma delle sorgenti termali. Al contrario, se incontra qualche ostacolo, si riscalda fino a raggiungere temperature capaci di provocare nel vapore un'alta pressione che proietta la colonna d'acqua all'esterno. L'eruzione riduce la pressione, fino a quando un nuovo aumento della temperatura induce la ripetizione del fenomeno. Il geyser più celebre di Yellowstone è l'Old Faithful, che ogni novanta minuti, con rigorosa puntualità, emette una poderosa colonna d'acqua che si spinge fino a 50 metri d'altezza.
L'Old Faithful geyser
Foto tratta da: americabeutifulquarters.com
Le fonti termali più celebri si trovano a Mammoth, all'estremità nordoccidentale del parco. Le loro acque depositano quotidianamente più di una tonnellata di travertino, che dà luogo a un grandioso complesso di terrazze a cascata.
Quando i depositi minerari ostruiscono la fuoriuscita dell'acqua, si formano nuove sorgenti che conferiscono una sempre maggiore complessità all'articolato paesaggio. La zoan di Mud Vulcano, nei pressi del lago Yellowstone, ospita un luogo costellato da vulcanelli di fago. Inoltre, nelle sue vicinanze vi sono piscine e fonti termali, a volte ravvicinate, con acque e terrazze dai colori sorprendenti: verde smeraldo, grigio, giallo e ocra. La ricchezza cromatica è dovuta alla varietà delle alghe presenti, alla temperatura e al tasso salino delle acque.

Morning glory pool, una delle piscine termali
Foto tratta da: webwall.wordpress.com

Le fonti termali di Mammoth, le cui acque depositano ogni giorno più di una tonnellata di travertino formando bellissime cascate a terrazza.
Foto tratta da: planetware.com

Il baribal e il grizzly
Non appena un visitatore entra a Yellowstone, i guardaparco gli consegnano un depliant dal titolo: "Attenzione vi trovate nella terra degli orsi!". A seconda della sensibilità del viaggiatore, questa informazione può fargli piacere o, al contrario, provocarne la fuga immediata. A Yellowstone vivono due specie di orsi bruni, il baribal e il grizzly. Il primo, il più piccolo dei due, è un pacifico vagabondo dalle abitudini notturne che si nutre di qualsiasi sostanza vegetale, ma anche di carne e degli avanzi dei pranzi dei turisti. Salvo nel caso di femmine con piccoli, non è pericoloso, anche se è sempre prudente conservare le debite distanze. Invece il grizzly, che può pesare anche 400 chilogrammi, è imprevedibile, e ogni anno è protagonista di alcuni incidenti. Infatti quest'orso, se viene disturbato, può avere una reazione violenta: per questo i turisti vengono dotati di un piccolo sonaglio che segnala all'animale il loro avvicinarsi.
L'orso grizzly
Foto tratta da: animals.netionalgeographics.com
Yellowstone conta una considerevole popolazione di bisonti che vivono allo stato brado. La storia del declino di questa specie è veramente drammatica. All'inizio dell'Ottocento, grazie a un secolare equilibrio con i predatori e con le tribù indiane, vi erano più di cinquanta milioni di bisonti. Cercando di piegare gli indiani con la fame e di liberare la prateria per gli allevatori di bestiame, i bisonti furono sterminati. I boschi di Yellowstone offrono riparo a piccoli branchi, che hanno in seguito permesso di recuperare la specie e iniziare dei progetti di reintroduzione in altre aree. Il parco è popolato anche da molte altre specie di mammiferi, fra cui i cervi nobili, i cervi della Virginia, i cervi mulo, gli alci, il bighorn e il lupo grigio.

1988, grande incendio a Yellowstone
Nel 1988 Yellowstone fu colpito da uno spaventoso incendio. Le fiamme distrussero migliaia di ettari di bosco, sotto gli occhi delle autorità del Parco, che non intervennero per contrastare l'incendio. Comportamento che cambiò solamente quando le fiamme minacciarono di propagarsi alle foreste al di fuori del Parco. Ancora una volta Yellowstone, seguendo una filosofia che può apparire fondamentalista, dettava legge per quanto riguarda la dottrina conservazionistica dell'ecosistema. Negli anni precedenti infatti, alcuni studi avevano portato alla conclusione che il fuoco è un elemento naturale dell'ecosistema della foresta e che, di conseguenza, non deve essere contrastato purché non metta in pericolo vite umane. L'incendio al quale ci riferiamo consentì il confronto di opinioni diverse. Il tempo ha dato per fortuna ragione a coloro che avevano formulato una teoria tanto rischiosa, e il processo di rinnovamento e di recupero del bosco è più che soddisfacente. Yellowstone è avvolto in alone di romanticismo e cattura il visitatore che decide di avventurarsi fino ai confini del Wyoming alla ricerca della solitudine degli spazi aperti. John Murray, una delle guardie del parco, ha definito con le seguenti semplici parole questo sentimento: "Yellowstone è il parco che qualsiasi padre americano sogna di poter visitare un giorno con il proprio figlio".

Il lago Yellowstone
Foto tratta da: holidieexplorer.com

Articolo tratto dalla collana "Planet, i capolavori dell'uomo", volume 12,  in uscita con Panorama. Edizione 2004

mercoledì 3 ottobre 2012

UNESCO - Città storica di Polonnaruwa, Sri Lanka

Le gigantesche statue del Buddha in piedi e sdraiato di Gal Vihara
Foto tratta da: members.virtualtourist.com

Nel III secolo a.C. il principe Mahinda, figlio del grande e pio imperatore indiano Asoka, giunse a Ceylon come missionario buddhista e piantò a Anuradhapura un ramo dell'albero sacro che un giorno aveva fatto ombra a Buddha. Nel giro di pochi anni la nuova religione pose radici vigorose e divenne la fede della grande maggioranza dei singalesi.

Nome: Città storica di Polonnaruwa
Patrimonio dell'Umanità: dal 1982
Ubicazione: nella provincia Nord-Centrale dello Sri Lanka, 200 km a nord-est da Colombo.




Nell'VIII secolo, anche se Anuradhapura rimaneva la capitale amministrativa, religiosa e politica del regno, Polonnaruwa, cittadina sulle sponde del lago Parakrama, divenne residenza reale. Nell'XI secolo i Cola, la dinastia tamil indù che regnava in una vasta regione meridionale dell'India, invasero lo Sri Lanka e cercarono di imporvi la loro religione, quella induista di Shiva, innalzando monumenti che niente avevano a che vedere con la tradizione singalese. Inoltre, consapevoli di quanto il Buddhismo fosse radicato ad Anuradhapura, decisero di stabilire la propria capitale a Polonnaruwa, edificandovi templi dedicati a Shiva e alla sua consorte Parvati.
Poco tempo dopo i Cola furono cacciati da un principe locale, Vijaya Bahu I, il quale si dedicò all'ampliamento e all'abbellimento di Polonnaruwa, che divenne il simbolo del potere singalese e del ritorno al Buddhismo più puro.
Dal 1154 al 1186 Parakrama Bahu I fece costruire decine di sfarzosi monumenti. Per la prima volta nella storia, Ceylon dominava la sua vicina, la grande India. A Parakrama seguì Nissanka Malla (1187-1196), il cui regno fu caratterizzato da un'ansia costante di superare in bellezza le opere del predecessore e conferire l'immortalità anche al proprio nome. Alla morte di Nissanka invasori proveniente dall'India devastarono il Paese. Nel XIII secolo la capitale fu spostata a Kandy e Polonnaruwa fu inghiottita dalla foresta.

Il Buddha seduto di Gal Vihara
Foto tratta da: my.opera.com
Il "Grande Quadrangolo"
A Polonnaruwa l'utilizzo di una malta a base di calce consentì la costruzione di edifici di mattoni di dimensioni fino ad allora sconosciute, con muri maestri molto resistenti, arricchiti da decorazioni, per lo più in stucco, di spettacolare bellezza.
I monasteri della città sono disposti intorno a immensi dagoba (stupa), l'espressione più antica dell'architettura singalese, spesso caratterizzata dal gusto per il gigantismo. Si tratta di monumenti religiosi dedicati al culto di Buddha, costituiti da un basamento a cupola sormontato da una struttura a pianta quadrata. I dagoba più importanti, tutti opera di Parakram Bahu I, sono quelli di Kiri Vehera, Rankot e Damila-Thupa.
Il nucleo monumentale più importante di Polonnaruwa è il "Grande Quadrangolo", una vasta spianata concepita da Vijaya Bahu I come centro della vita ufficiale, in qui sono presenti il Tempio della Reliquia di Buddha, la Casa delle Sessanta Reliquie e il Nissanka Lata Mandayapa, un edificio rettangolare con balaustra traforata. Il primo edificio, costruito da Parakrama Bahu I, contiene molte statue di Buddha e un minuscolo dagoba in ognuna delle sue quattro entrate, situate in direzione dei quattro punti cardinali. Dalla Casa delle Sessanta Reliquie, opera di Nissanka Malla, è rimasto un muro di pietre poggiato sopra un plinto scolpito e fiancheggiato da file di colonne e dalle figure dei guardiani del tempio.

Il dagoba Kiri Vehera uno dei più importanti del complesso monastico.
Foto tratta da: thelankan3000.webnode.com

Il tempio di Lankatilaka
Foto tratta da: geolocation.ws

I monumenti più famosi del complesso archeologico di Polonnaruwa sono i colossi di Gal Vihara - cinque statue monumentali scavate direttamente nella roccia che rappresentano il Buddha in diverse posizioni - che costituiscono la migliore testimonianza della passione dell'arte singalese per le dimensioni gigantesche. Lunga 15 metri, la statua del Buddha disteso, che rappresenta il momento della sua morte, trasmette un senso di placidità e di quiete: i piedi sono uniti, la testa è appoggiata a una mano sopra un cuscino cilindrico, l'altro braccio disteso lungo il corpo, gli occhi socchiusi e la serenità dipinta sul volto. Il Buddha in posizione eretta, con le mani incrociate sul petto e gli occhi semichiusi, si distingue per la sua ieraticità. Le tre sculture del Buddha, seduto a gambe incrociate nella posizione del loto, hanno come tratto caratteristico l'imperturbabilità del volto.
Non è stato ancora restaurato  il Demala Maha Seya, che, con i suoi 300 metri di circonferenza, è il tempio più grande di Polonnaruwa. Sono, invece, in ottimo stato di conservazione i templi di Thuparamaya, Lankatilaka e Tivanka, costruiti in mattoni e decorati con enormi sculture rappresentanti il Buddha. Il tempio di Tivanka custodisce, inoltre, delicati affreschi del XIII secolo.

Affreschi all'interno del tempio di Tivanka
Foto tratta da: tripwow.tripadvisor.com

Articolo tratto dalla collana "Planet, i capolavori dell'uomo", volume 10,  in uscita con Panorama. Edizione 2004

mercoledì 26 settembre 2012

UNESCO - Città preispanica di Teotihuacàn, Messico

Foto tratta da: journeymexico.com

Teotihuacàn, edificata tra il I e il VII secolo d.C., è caratterizzata dalla grandiosità dei suoi templi e dalla loro disposizione, secondo rigidi criteri astronomici e simbolici. Fu per secoli il più importante centro culturale e artistico dell'ara mesoamericana, prima di divenire una delle maggiori città dell'Impero Azteco.

Nome: Città preispanica di Teotihuacàn
Patrimonio dell'Umanità: dal 1987
Ubicazione: in Messico, 48 Km a nordest della capitale



Gli archeologi hanno coniato il termine cultura mesoamericana per indicare l'area culturale preispanica che i estende tra i deserti del Messico settentrionale e l'Honduras. Pur non avendo mai raggiunto un'unità politica, i vari popoli qui insediati condivisero una serie di elementi culturali, come la costruzione di piramidi, il gioco rituale della pelota, il calendario e la scrittura geroglifica, ereditati dagli olmechi, la civiltà più antica della zona.
Nel corso del primo millennio d.C. l'influenza olmeca, insieme al perfezionamento delle tecniche agricole, fece sorgere nell'area mesoamericana alcuni stati teocratici retti da una classe sacerdotale che esercitava un dominio assoluto sulla popolazione.
Intorno all'anno 1000 la decadenza di queste teocrazie, insieme all'invasione di popoli guerrieri provenienti dal nord, portò alla formazione di nuovi stati governati da un'aristocrazia militare. Nella zona centrale dell'odierno Messico fiorì nella città di Teotihuacàn la più importante e influente di queste teocrazie: qui ebbe origine l'Impero degli Aztechi, l'ultimo grande regno dell'America preispanica.

La piramide del sole, l'edificio più imponente del Teotihuacàn
Foto tratta da: richard-seaman.com

Dove nascono gli dei
Le imponenti vestigia del Teotihuacàn si estendono su una superficie di 36 chilometri quadrati, di cui il 10% costituisce il centro rituale, mentre il resto è occupato dai quartieri residenziali, nei quali vivevano oltre 100.000 persone. Nonostante sia stata una grande e importante città, poco si conosce della sua storia. Non sappiamo né quale fu il suo nome originario né quali furono i suoi abitanti. Gli aztechi, che la occuparono quando era già praticamente in rovina, la chiamarono Teotihuacàn, che nella loro lingua significa "luogo in cui nascono gli dei", e dedicarono al Sole e alla Luna i principali templi piramidali della città.
All'inizio del Novecento il luogo affascinò Leopoldo Batres, un ufficiale dell'esercito in pensione nonché archeologo dilettante, il quale, grazie all'amicizia con il presidente del Messico Porfirio Dìaz, poté accedere all'incarico di ispettore e conservatore dei monumenti archeologici del Messico, pur non avendo alcuna competenza specifica in materia. Tra il 1905 e il 1910 Batres realizzò un piano di scavi, tanto ambizioso quanto maldestro, per trasformare Teotihuacàn in un grande monumento nazionale nell'ambito dei fastosi festeggiamenti del primo centenario dell'indipendenza del Messico. Il risultato fu un restauro deplorevole: si arrivò perfino ad aggiungere alla Piramide del Sole una quinta terrazza mai esistita. Solo nel 1962 sono stati intrapresi scavi più rigorosi sotto la supervisione dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia. Gli archeologi si sono occupati soprattutto dei monumenti più spettacolari del centro rituale e hanno finora trascurato le zone adiacenti, che tuttavia possono anch'esse offrire informazioni preziose sulla vita degli abitanti di Teotihuacàn.

Pittura murale di una delle piramidi
Foto tratta da: en.wikipedia.org
Un grande osservatorio astronomico
Il centro rituale della città è strutturato intorno a due assi perpendicolari: quello nord-sud corrisponde ad una vita processionale, larga 40 metri e lunga 2 chilometri, chiamata Miccaotli o Viale dei Morti e quello est-ovest è costituito dalla cosiddetta Strada Est. La Piramide della Luna e il complesso formato dal Grande Recinto e dalla Cittadella (quest'ultima dominata dalla Piramide di Quetzalcòatl) chiudono rispettivamente le estremità settentrionale e meridionale del Miccaotli, dove sono allineate altre piramidi minori. Su tutte spicca la mole poderosa della Piramide del Sole, che sorge presso la parte centrale del Miccaotli, Studi approfonditi hanno rivelato che la zona monumentale della città è disposta secondo un elaborato schema astronomico: così il Viale dei Morti rappresenta la traiettoria solare durante un anno, mentre la Piramide del Sole è stata posta in modo tale da far coincidere esattamente il suo asse di simmetria con il tramonto del sole nel solstizio d'estate. Tutti gli altri edifici rispondono anch'essi a questo criterio di tipo astronomico ed erano utilizzati come un unico grande osservatorio per consentire ai sacerdoti di calcolare con precisione i cicli del calendario.
L'architettura civile, di epoca più tarda, è rappresentata da grandi edifici come il Quetzalpapàlotl e il Palazzo dei Giaguari, e da gruppi di case, circondate da un muro di cinta, che , probabilmente, riuniva le abitazioni delle famiglie imparentate tra di loro.


La rotta dell'ossidiana
Come nacque questa fantastica città di piramidi nel cuore del Messico? Su cosa si basava il suo potere? Quali furono le cause della sua decadenza? Sono tutte domande alle quali possiamo rispondere solo parzialmente, basandoci sempre ed esclusivamente sulle informazioni che le stesse rovine ci hanno svelato. L'origine di Teotihuacàn si fa risalire agli inizi dell'era cristiana ed è associata allo sviluppo delle nuove tecniche di irrigazione che permisero di migliorare la produttività agricola della zona. Bisogna tener presente che la zona centrale del Messico, oggi semidesertica, era allora una regione ricca di terreni fertili e di laghi. Durante il I secolo d.C., per ragioni sconosciute, la popolazione si concentrò nell'area urbana di Teotihuacàn, lasciando i territori circostanti quasi spopolati. Iniziò allora la costruzione dei principali edifici religiosi.
L'organizzazione teocratica della città fu strutturata intorno a un pantheon di divinità ereditate dell'antica cultura olmeca, tra le quali Quetzalcòatl (il serpente piumato) e Tlaloc (dio della pioggia). Forse, come ipotizzato da alcuni autori, anche  la stessa élite della città era di origine olmeca.
Tra il 450 e il 650 la città raggiunse la sua massima espansione e, accanto agli edifici religiosi, sorsero numerosi palazzi e complessi abitativi. In questa epoca l'influenza della cultura teotihuacana si estese a tutta l'area mesoamericana grazie al fiorire dei commerci attraverso i quali affluivano nella metropoli conchiglie, corallo, piume e altri generi di lusso che venivano scambiati con l'ossidiana, una pietra molto ricercata e presente in grandi quantità intorno a Teotihuacàn. Nei bassorilievi di Monte Albàn nel Messico meridionale e nelle grandi città maya appaiono con frequenza le immagini di ambasciatori teotihuacani che trattano con i dignitari locali a dimostrazione dell'importanza raggiunta da questi scambi commerciali.
I primi segnali di decadenza si manifestarono tra il 650 e il 700. La popolazione cominciò a diminuire, preludio dell'abbandono finale della città, sono, inoltre, ancora visibili le tracce di un incendio che distrusse i principali edifici. Si pensa che la pressione dei popoli seminomadi provenienti dal nord, insieme all'esaurimento delle risorse naturali e, soprattutto allo scoppio di tensioni sociali in seno allo Stato possano essere state le cause della decadenza di Teotihuacàn, così come di tutte le altre teocrazie dell'area mesoamericana. Secondo alcuni studiosi furono gli stessi sacerdoti a distruggere i loro templi perché non finissero nelle mani dei nemici.
Ai toltechi e agli aztechi, che si insediarono nella zona nei secoli successivi, Teotihuacàn apparirà come una città fantasma, dalle origini mitiche. Saranno proprio questi popoli a riportare la città all'antico splendore, ricostruendo i templi e i palazzi e facendone un centro importante dei loro imperi.

Foto tratta da: planetware.com

Articolo tratto dalla collana "Planet, i capolavori dell'uomo", volume 13,  in uscita con Panorama. Edizione 2004

sabato 15 settembre 2012

UNESCO - Città storica di Toledo, Spagna

Vista della città
Foto tratta da: topworldcities.net

Adagiata in uno splendido sito, una rotonda collina circondata da un'ansa del fiume Tago, Toledo è stata punto di incontro di tutte le culture passate che si sono affrontate, intrecciate, alternate nel territorio iberico: dai celtiberi ai romani e ai visigoti, dai re cristiani agli emiri arabi e alla comunità ebraica. Per secoli sembrò destinata a essere la capitale della Spagna, ma nel 1560 fu soppiantata da un oscuro paesino, Madrid: evitando di diventare una metropoli, però, ha conservato l'incanto medievale delle sue strade e un complesso di monumenti senza eguali in Spagna.


Nome: Città storica di Toledo
Patrimonio dell'Umanità: dal 1986
Ubicazione: nel centro della Spagna, nella Comunità autonoma di Castiglia-La-Mancha, a 70 km a sud-est di Madrid

Ponte di Alcantara di epoca romana
Foto tratta da: agustinbellido.com
Il luogo dove sorge Toledo - un promontorio roccioso contornato dalle curve del fiume Tago - sembra essere stato destinato all'insediamento di una città: facile da difendere, con abbondanza d'acqua, un'ottima visibilità e circondato da una pianura bassa e fertile. E così le origini della città si perdono nella notte dei tempi, come lo stesso popolamento della Meseta meridionale, sulla quale sorge Toledo. La sua storia è una lunga sequela di cambi di proprietà che, fortunatamente, si svolsero nella maggior parte dei casi senza cruente battaglie, con conseguente beneficio del patrimonio artistico.

Romana e gota
Per la storia la città nasce come Toletum, città del popolo celtiberico dei Carpetani, conquistata dai Romani nel II secolo a.C.. secondo quanto riferisce Tito Livio. Dei cinquecento anni di dominazione romana si sono conservati i resti di un circo e una naumachia, un teatro e un anfiteatro, alcuni resti dell'antico ponte dell'Alcantara, più volte ricostruito, e di una prima muraglia che racchiudeva il nucleo più antico della città, con tutta probabilità situato attorno alla piazza si Zocodover. La grotta di Ercole, un piccolo sotterraneo con il soffitto a volta su cui si basano molte leggende, faceva sicuramente parte del sistema romano di fortificazione.
Ma la città divenne però protagonista della storia solamente dopo le invasioni germaniche. Come capitale del regno visigoto, da metà del VI secolo fino all'invasione musulmana dell'VIII secolo, fu sede di vari concili e oggetto di attenzione da parte dei regnanti, che ricostruirono le mura e consacrarono diverse basiliche. Capitelli dispersi, iscrizioni e alcuni oggetti d'arte orafa sono tutto quello che rimane dello splendore un po' barbaro della Toledo visigota, occupata verso la fine del 711 dall'esercito del condottiero arabo Tariq ibn Ziyad appena uscito vittorioso dalla battaglia di Gibilterra contro il re Rodrigo. Dunque, Tolaytula fu elevata, anche se provvisoriamente, a prima capitale dell'emirato di al-An-dalus, in seguito trasferito a Cordova. Per un certo periodo di tempo, gli abitanti di Toledo continuarono a vivere come se non fosse successo niente. Il loro vescovo conservò addirittura il rango di primate di Spagna fino agli inizi del IX secolo, il che significava che sia il territorio controllato dall'emiro, sia i ribelli del settentrione erano sottomessi alla sua autorità spirituale.
Poi, piano piano, le chiese vennero trasformate in moschee, fino a quando, nel 1085, la città tornò senza nessun trauma in mani cristiane. Infatti, Alfonso VI, che aveva trascorso nove mesi di esilio a Toledo a causa della disputa con suo fratello Sancio per la successione al regno di Castiglia e Leòn, negoziò con il re al-Qadir la consegna della città, avvenuta dopo un assedio simulato, in cambio di un aiuto per conquistare e conservare il regno di Valencia.

Portone della chiesa di Santiago del Arrabal
(XIII secolo)
Foto tratta da: commons.wikimedia.org
La città delle tre culture
Viste le circostanze, non stupisce affatto che la capitolazione sia stata particolarmente tollerante, permettendo ai musulmani di conservare le loro proprietà e addirittura la moschea maggiore. Tuttavia, nel giro di poco tempo le condizioni iniziarono a non venire più rispettate, e in meno di un anno la moschea venne trasformata in cattedrale. Nonostante ciò, la città non si spopolò, anzi conservò una folta comunità musulmana, mentre anche quella ebraica iniziò a crescere, trasmettendo così l'idilliaca immagine di una "Toledo delle tre culture", nella quale avrebbero convissuto pacificamente musulmani, ebrei e cristiani durante tutto il Medioevo. La verità è invece diversa: non mancarono infatti tensioni e scontri diretti fra le tre comunità, e quella cristiana ebbe sempre un netto predominio sulle altre. E' comunque indiscutibile che, durante il XII e il XIII secolo, Toledo fu un'importantissima capitale culturale grazie alla Scuola dei Traduttori, che inizialmente si sviluppò con l'appoggio dei vescovi e, in seguito, anche del re Alfonso X il Saggio. Intellettuali e studiosi musulmani, ebrei e cristiani di ogni parte d'Europa portarono a termine un'immensa opera di raccolta e traduzione in lingua romanza delle più importanti opere di medicina, astronomia, filosofia e letteratura latine, greche e arabe. Sul piano dei monumenti, le tre religioni hanno lascito abbondanti tracce nel ricchissimo patrimonio medievale di Toledo.
Le mura
Foto tratta da: paesi online.it
Puerta Bisagra
Foto tratta da: euroresidentes.com
Le mura, che sono in gran parte di fattura araba, conservano splendide porte come quella di Bisagra o di Bib al-Mardon, insieme ad altre costruite posteriormente alla conquista cristiana. Per quanto riguarda le chiese, molto sono costruite in stile mudéjar - il che rivela la presenza di numerosi artigiani musulmani nella città -, ma esistono anche moschee e sinagoghe, nonostante siano state trasformate tutte in chiese cristiane.
La chiesa del Cristo de la Luz, edificata nel X secolo come moschea, era già stata consacrata al cristianesimo nel XII secolo, mentre le sinagoghe - l'attuale chiesa di Santa Maria la Blanca, del XII secolo, e la tardiva sinagoga del Transito, finanziata nel XIV secolo da Samuel Levi, tesoriere di Pedro I - lo sarebbero state più tardi, in seguito all'espulsione degli ebrei decretata del 1492 dai Re Cattolici.

Il chiostro di San Juan de los Reyes. La chiesa e il monastero vennero costruiti per commemorare la vittoria dei Re Cristiani sui Portoghesi e sono un singolare esempio di gotico fiammeggiante della penisola iberica.
Foto tratta da: en.wikipedia.org

Splendori gotici
Non per questo si deve considerare Toledo una città orientale, poiché nello stretto spazio all'interno delle mura si conserva una gran parte del miglior gotico spagnolo. Fra il 1222 e il 1224 venne decisa la costruzione della moschea grande, che fino ad allora aveva svolto le funzioni di cattedrale, con una chiesa gotica. Così come era successo a Burgos, l'iniziativa partì da Ferdinando III il Santo e da un vescovo illuminato, Rodrigo Ximénez de Rada e, tenendo in conto la maggior importanza di Toledo, il progetto assunse dimensioni decisamente monumentali. La pianta è infatti a cinque navate, prolungate in una doppia abside che si apre su quindici cappelle radiali che servirono da sepolcro alle famiglie della nobiltà locale e alle più ricche corporazioni di mestieri. La cattedrale però non è così fedele al modello francese classico come lo sono quelle di Burgos e di Leòn; infatti, sebbene sia stata ispirata al modello di quella di Bourges, rivela chiaramente una volontà di adattamento alle tradizioni locali, con caratteristiche molto significative come l'utilizzo dell'arco polilobato, tipico dell'arte araba. Nel 1248 la morte del vescovo Ximénez de Rada rallentò il ritmo dei lavori che terminarono, per quanto riguarda le strutture essenziali, solo nel XIV secolo. Durante i secoli che seguirono si continuò comunque ad aggiungervi elementi: un gruppo di artisti fiamminghi, diretti da Hannequin da Bruxelles, portarono a termine, nella facciata del braccio sud del transetto, la porta dei Leoni e, all'interno, la cappella del Conestabile, introducendo così nella città il gotico fiammeggiante. Pochi anni dopo Rodrigo Alemàn realizzò i sedili bassi del coro, intagliandovi diversi episodi della guerra di Granada. Gli stalli alti, aggiunti nel secolo successivo, sono opera - già in pieno stile rinascimentale - di Felipe Bigarny e Alonso de Berruguete.

La cattedrale
Foto tratta da: industriadelturismo.com

Una capitale mancata
Uno degli artisti che giunsero a Toledo insieme a Hannequin da Bruxelles fu Pietro Waas, che si stabilì in città (cosa abbastanza comune a quei tempi, quando un lavoro durava anni), si sposò, ispanizzò il proprio cognome ed ebbe un figlio, Juan Guas, che divenne il più insigne e importante architetto del gotico fiorito di tutta la Spagna durante gli ultimi anni del XV secolo.
A lui si devono la chiesa e il monastero di San Juan de los Reyes, eretto per commemorare una vittoria militare dei Re Cattolici: in entrambi gli edifici creò una variamente molto personale del gotico fiorito, mescolato con elementi mudéjar.
L'unificazione dei regni di Castiglia e Aragona, la conquista di Granada e la scoperta dell'America crearono durante il regno dei Re Cattolici un'euforia "imperiale" che è evidente nella trionfante architettura di San Juan de los Reyes, sovraccaricata di enormi stemmi araldici. Quando l'imperatore Carlo V, re di Spagna, unì a questi domini un'estesa eredità europea, Toledo diventò la capitale del più grande impero mai conosciuto. Ma non durò molto, data la poca simpatia che il re aveva per questa città, che gli si era messa contro all'epoca della guerra delle Comunidades. E infatti Carlo V vi si fermò per poco tempo, e senza preoccuparsi di abbellirla.
L'unico edificio che fece erigere fu l'austera fortezza rinascimentale, edificata sul posto della roccaforte medievale, oltre all'inferriata che chiude la cappella maggiore della cattedrale, decorata con una sfolgorante aquila imperiale. I grandi monumenti della Toledo del XVI secolo vennero costruiti da privati come il cardinale Tavera, fondatore dell'ospedale che porta il suo nome e nel quale morì il rande scultore Alonso de Berruguete mentre stava lavorando al sepolcro del cardinale. Sempre privati furono i finanziatori della grande opera del pittore cretese Domenico Theotokòpulos, meglio conosciuto come El Greco, il quale giunse a Toledo nel 1577 dopo aver visto sfumare il proprio sogno di diventare il grande pittore dell'Escorial.
A Toledo, che all'epoca languiva dignitosamente - mentre Madrid, insignita del titolo di capitale dell'Impero, veniva costruita con sfarzo, e praticamente dal nulla -, El Greco trovò un ambiente tranquillo, amici colti e lavori che gli permisero di passare il resto dei suoi giorni sulle rive del Tago. Durante quasi quarant'anni di intenso lavoro, produsse ritratti di nobili, allegorie religiose e molte vedute della città. Gran parte della sua opera è rimasta a Toledo e costituisce l'ultimo splendore artistico di una città che fu un crogiolo di culture e la capitale di due mondi.

El Greco,  El Espolio (1577-1579), Sacrestia della cattedrale di Toledo

Articolo tratto dalla collana "Planet, i capolavori dell'uomo", volume 2,  in uscita con Panorama. Edizione 2004

giovedì 13 settembre 2012

UNESCO - Monumenti megalitici di Stonehenge

Foto tratta da: english-heritage.org.uk

Cinquemila anni fa la Gran Bretagna meridionale era già densamente popolata, anche se non sappiamo esattamente chi fossero e da dove provenissero i suoi abitanti. Con ogni probabilità erano giunti dal continente in ondate successive: forse i primi erano arrivati seguendo i banchi di mammut e renne, quando ancora non era formato il Canale della Manica. La loro civiltà è testimoniata da una serie di monumenti megalitici: il più famoso è il misterioso anello di Stonehenge.

Foto tratta da: sawiggins.wordpress.com

Nome: Stonehenge, Avebury e località vicine
Patrimonio dell'Umanità: dal 1986
Ubicazione: nella parte meridionale del Regno Unito, nella contea di Wiltshire

Circolo esterno di Avebury, il più grande complesso circolare megalitico
d'Europa; formato da circa 100 menhir, ha una circonferenza di 1,3 km
Foto tratta da: sacredsites.com
Anche dopo essere stata isolata dal continente, la Britannia non fu mai un luogo così remoto e isolato come lo avevano immaginato i Romani. Le condizioni favorevoli per la caccia, la pastorizia e lo sfruttamento minerario attirarono l'attenzione degli uomini del Paleolitico, del Neolitico e dell'Età del Ferro. Tuttavia, nonostante la cultura sviluppata di questi primi abitanti possa considerarsi autoctona, essi non interruppero mai le relazioni con il continente, dal quale mutuarono le numerose influenze riscontrabili nei loro monumenti.
Segni di queste antiche culture - cerchi di enormi pietre verticali, tumuli funerari e resti di costruzioni - sono particolarmente abbondanti nella contea di Wiltshire.
Già nel 1130 Enrico di Huntingdon definiva Stonehenge il più conosciuto di questi monumenti, "una delle quattro meraviglie della Britannia". Nel XVII secolo l'architetto Inigo Jones intraprese una prima campagna di scavi a  Stonehenge, mentre il suo contemporaneo John Aubrey ipotizzò che il sito fosse un tempio di druidi celti. Questa versione prevalse a lungo.
Nel XVIII e XIX secolo i grandi collezionisti di antichità finanziarono nuove campagne di ricerca: molti altri giacimenti preistorici furono scavati, ma con metodi scarsamente scientifici. Solo alla fine dell'Ottocento, con l'affermarsi dei moderni metodi di ricerca archeologica, Stonehenge divenne oggetto di seri studi scientifici.

Menhir di Avebury
Foto tratta da: historicalbellesandbeaus.blogspot.com

Arenaria e pietre azzurre
Un terrapieno circolare di 97,5 metri di diametro, circondato da un fossato, è la più antica costruzione di Stonehenge, eretta intorno al 3100 a.C., ancora in epoca neolitica. Risale alla prima delle tre fasi in cui gli archeologi dividono la storia del sito: ad essa appartengono anche le Aubrey Stones, l'anello di 56 buche che circonda il perimetro interno del terrapieno, e le quattro Station Stones, che furono collocate astronomicamente in base al sorgere del sole nel solstizio d'estate. Tutto questo implica che il monumento possedesse già una funzione rituale (o forse di calendario).
All'inizio del terzo millennio iniziò la seconda fase con l'ampliamento dell'ingresso al terrapieno tramite un viale di 500 metri che conduceva alla Heel Stone (Pietra del Tallone). All'entrata del complesso furono innalzati numerosi monoliti di arenaria di Sarsen, una cava situata a circa 45 chilometri da Stonehenge, mentre all'interno vennero disposti due semicerchi paralleli di pietre azzurre (doleriti) provenienti dalle Prescelly Hills, nel Galles sudoccidentale. Queste colline distano quasi 200 chilometri e il trasporto delle pietre costituisce un'impresa ancor più sorprendente se si considera che i costruttori di Stonehenge II non conoscevano ancora né la ruota né i metalli. Ma questa fase non fu portata a termine.
Le enormi pietre di Stonehenge
Foto tratta da: ebookers.com
Agli inizi del secondo millennio il complesso venne interamente rimodellato secondo un progetto più grandioso che comprendeva un cerchio principale di 30 menhir, collegati da architravi continui, fissati ai pilastri con sapienti incastri, e un altro cerchio interno formato da cinque triliti (due pilastri collegati in alto da un architrave) disposti a ferro di cavallo.
Gli autori di questa fase erano gli uomini della civiltà di Wessex, fiorita nell'Inghilterra sudorientale all'inizio dell'Età del Bronzo. Buoni navigatori, mantenevano contatti commerciali con i popoli della Grecia, dai quali probabilmente impararono le tecniche impiegate nell'edificazione delle muraglie e delle tombe ciclopiche dell'antica Micene. Risulta evidente che la civiltà che aveva eretto Stonehenge III era popolosa e fortemente gerarchizzata, considerando che solo un'enorme disponibilità di manodopera e una grande organizzazione possono spiegare la riuscita di un'impresa così impegnativa.

Veduta aerea del circolo esterno di Avebury
Foto tratta da: megalithic.co.ok

Il complesso di Avebury
Molti altri monumenti situati nei dintorni di Stonehenge evidenziano la vitalità della regione durante il Neolitico e la prima Età del Bronzo. Il monumento più primitivo è quello chiamato Ballo di Robin Hood, un complesso di due terrapieni circolari databile tra il 4000 e il 3000 a.C. Al terzo millennio appartengono i resti di due edifici circolari circondati da un terrapieno di 470 metri di diametro a Durrington Walls: il complesso di Woodhenge, costituito da sei cerchi concentrici di pali di legno attorno alla tomba di un bambino, e il Cursus, un allineamento di terrapieni con fossati che si estende per quasi tre chilometri.
Nel Wiltshire si trova anche l'Avebury Circle, che rappresenta il nucleo del maggiore complesso cerimoniale neolitico d'Europa, anche se il suo precario stato di conservazione ha reso impossibile ricostruirne interamente la struttura. Sembra risalire alla seconda metà del terzo millennio e comprende un terrapieno con fossato che racchiude una superficie di 11,5 ettari, occupata da un ampio anello esterno di pietre e da due interni più piccoli.
Due delle quattro entrate che consentono l'accesso al terrapieno si prolungano in viali fiancheggiati da grandi monoliti. Quelli di Backhampton, a ovest è scomparso quasi completamente, mentre quello di West Kennet, a sud, ha potuto essere ricostruito, seppur in modo parziale. Si estende per 2,4 chilometri, formando un sentiero cerimoniale che conduce alla collina di Overton, dove si trova il Santuario, una struttura in pietra e legno associata a riti funebri. Le tracce più antiche dell'Avebury Circle sembrano quelle di Windmill Hill, sono stati scoperti tre fossati concentrici databili intorno al 3700 a.C. Mille anni più tardi fu eretta Silbury Hill, la più grande collina artificiale della storia d'Europa, la cui costruzione richiese 250 000 metri cubi di terra e pietre. Il complesso termina con il tumulo di West Kennet, la più grande tomba collettiva a cupola dell'Inghilterra meridionale.

Articolo tratto dalla collana "Planet, i capolavori dell'uomo", volume 2,  in uscita con Panorama. Edizione 2004